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Italian Mothers – Parte I

Ecco, io lo sapevo che sarebbe successo di nuovo.IMG_2504

Volete sapere cosa? Ma tutto il teatrino dell’imbarazzo di essere italiani all’estero di cui vi ho già parlato, solo che questa volta la causa del mio imbarazzo non è stata la nostra meravigliosa classe politica, bensì il mio adorato nano duenne.

Cominciamo dall’inizio: una coppia (mista per inciso) di amici dell’uomo nero ci invita nel profondo Nord Europa, dove vivono, alla festa di laurea di lei.

Meraviglia! 3 giorni via da tutto, e prendiamo l’aereo così Pupi diventa matto di felicità!

Nei giorni che seguono M., la festeggiata, mi scrive spesso su FB per sapere di cosa ha bisogno Pupi, una gentilezza imbarazzante; nell’ultimo messaggio fa solo un vago cenno ad un abbigliamento un po’ più formale per la festa, ma avendoli già conosciuti non mi preoccupo più di tanto. Festa di laurea, giovani, amici del fidanzato che arrivano corredati di tamburi… ci sarà da divertirsi!

Mai errore fu più clamoroso…

Arriviamo, e M. è venuta a prenderci in aeroporto: accoglienza coi palloncini per Pu. I palloncini, ci credereste? So lovely, so vintage!

Ci dirigiamo alla macchina, dove Pupi si esibisce in uno dei suoi capricci migliori, una scena isterica in piena regola, 40 minuti di urla e strepiti perché non voleva stare seduto sul seggiolino, e italian degggeners mother che non riuscivo a calmarlo in nessun modo.

Prima tappa verso casa dei suoi, vicina al luogo della festa.

I suoi, adorabili quanto lei, vivono in una meravigliosa casetta che da fuori assomiglia a quella di pan di zenzero di Hansel e Gretel, illuminata come l’IKEA a Natale. Comprese le siepi, perfettamente potate e decorate di renne luminose.

Pupi si è finalmente calmato, e io sono sfinita.

Suoniamo e ci apre la porta Bree Van der Kamp in persona. Non potevo crederci.

La mamma di M., una bellissima donna, in abito da sera alle 4 del pomeriggio, con tanto di calza velata e tacco 7 ci accoglie col sorriso sulle labbra e cioccolatini Godiva in mano.

“Sarà già pronta per stasera, si è portata avanti sapendo di avere ospiti”, penso io. Peccato che la festa inizi alle 21.

Comincio a temere che il mio abitino di lana nero non sia esattamente all’altezza dell’evento…

Ci accomodiamo, ed è tutto “ma dammi la giacca, le scarpe, e questo bel bambino dov’è?” (a ringhiare e scacciare le signore-bene a pugni, dato che non vuole salutare…) e nel bel mezzo dell’ingresso campeggia un’ARPA. Anzi due. Una enorme, al centro, una più piccola, a lato.

“Eh sì, io suono l’arpa” mi dice M. Tu??! Proprio tu che ho visto scatenarsi al ritmo dei tamburi africani (senza sudare né perdere la messa in piega, a onor del vero), suoni l’ARPA??!

Meraviglioso.

Ci portano in salotto – cosa gradite da bere?, sorriso, tè, caffè? Sorriso e semi-inchino, dolce, salato? Un sandwhich? Cioccolatino? – che più che un salotto sembra un lounge-bar anni ’50, enorme, arredato con gusto e sobrietà, con un divano a 26 posti che corre lungo tre pareti, in cui sprofondiamo, non potendolo fare sottoterra.

Già, perché Pupi ha cominciato a correre e ad urlare come un pazzo, a saltare su e giù dal divano, uscendo e rientrato dal lounge/salone; io terrorizzata che mi finisca affettato come un uovo sodo dalle corde dell’arpa (e imbarazzatissima) cerco di agguantarlo sibilando minacce nel sorriso. Guardo Bree, che mi sorride accondiscendente, “sono bambini” – mi scuso debolmente – “sa, è stanco, treno, bus, aereo, treno… facevamo prima ad arrivare a New York, ah ah”.

Bree è esaltata e non fa caso al tornado che le è piombato in casa, anzi mi confida che non è sicura che la casa sia proprio adatta ad un bambino, con le scale, gli spigoli, il gatto! E intanto la vedo rimuginare migliorie e messe in sicurezza in previsioni del nugolo di nipotini mulatti che nel suo sogno scorrazzeranno per quelle stanze.

Dopodichè sparisce in cucina, per tornare con acqua calda, cioccolatini, biscottini, un dolce di Natale fatto per l’occasione, e una scatola di un metro quadrato contenente 200 aromi di te diversi: verbena e rosa canina, tiglio e malva, mirtilli ed echinacea, anice stellato e mentuccia… “ma un semplice earl grey non c’è?” chiedo ingenua.

Bree cambia espressione e inizia a balbettare “no scusa… io… ho solo tisane”.

“ok, non c’è problema la rassicuro io, prendo… i mirtilli ecco!” ampio sorriso, spero che basti, la vedo rinfrancata.

L’uomo nero opta per un caffè, un “whatelse”, chettttelodicoaffare?

Infine Bree si compra Pupi con una madeleine (almeno quella è confezionata, dio ti ringrazio), e io approfitto della relativa calma per sfoderare i miei regali.

Un pacchetto di biscotti fatti da mia mamma, e un braccialetto per la neo-laureata.

Bree e M. sono in visibilio! “Biscotti fatti in casa? – fa M. – ma dimmi, è una sorta di ricetta tramandata di madre in figlia?” mi casca la mascella: ok, sono amica di Biancaneve.

Annuisco, con fare misterioso, come a dire “Ma non chiedermi l’ingrediente segreto! Sono secoli che il silenzio è suggellato con patti di sangue!”, non potevo darle questa delusione.

Pasta frolla: uova, burro, zucchero e farina.

Con buona pace di cellulite e colesterolo.

E poi le do il pacchetto col bracciale. E il suo sguardo si illumina “Swarosky!” fa lei eccitata come una bambina.

“Cazzo”, penso io.

Già, perché qui devo fare un inciso.

Ho comprato il regalo all’aeroporto all’ultimo secondo, con Pupi che correva su e giù per il duty free e l’uomo nero che bestemmiava dietro a me, che secondo lui ci mettevo troppo, ignaro che la colpa fosse della commessa. La più figa che abbia mai visto, ‘na modella proprio, alta magra, occhi verdissimi. E la più imbranata.

Prima non trovava le chiavi per aprire la vetrina dove stava il braccialetto che volevo.

Poi non trovava la scatolina.

Chiama la principale.

Che le fa notare che entrambe le cose erano sotto il suo perfetto nasino all’insù.

Maledetta me, ero in aeroporto, sono costretta a chiederle “ puoi farmi un pacchetto”?

Tragedia.

Non trova il sacchetto. Eh sì, perché i braccialetti sono Hip-Hop, e lei ha sacchetti di tutte le marche, D&G, Morellato, Breil e, per l’appunto, Swarosky, tranne Hip-hop (sospetto che anche quelli si trovassero sotto il suo naso, ma non ho osato insistere, o rischiavo di perdere il volo. E il divorzio.)

“Dai fa lo stesso, dico io, dammi quello Swaroski, va benissimo”

“Sicura? Allora va bene, grazie”, fa lei.

Non vi dico per chiudere ‘sto sacchetto. Cioè, manco sigillare un sacchetto di carta levando la striscetta sulla gommina adesiva e applicarci sopra un fiocco. E l’uomo nero che mi mandava strali di odio, e io che gli facevo le facce non potendo urlargli “sono nelle mani di una completa imbecille, fai qualcosaaaa!”

Storto me lo ha chiuso, non potevo credere ai miei occhi. Ho pagato in contanti e meno male che li avevo giusti al centesimo, che se sfoderavo il Bancomat tagliavamo il panettone insieme.

Da questa simpatica parentesi avrete già intuito l’entità della figura di merda: regalare un finto Swarosky a Biancaneve, che di Swarosky ha pure le pattine.

“Sai, dico io, perfida, serpe, stronza!, è un modello esclusivo, che è uscito solo in Italia! Una linea giovane, in caucciù e acciaio, non è adorabile?”

E lei “siiii, ma è del mio colore preferito, ma come hai fatto?”.

Regalare un bracciale fuxia e rosa ad una che veste SOLO fuxia e rosa non mi pare un’impresa impossibile.

Fatto sta che non se li è più levati, non so se per buona educazione, come Bree le avrà senz’altro insegnato, o per vero apprezzamento.

E io mi sento ancora adesso una merda per il subdolo inganno. Finirò all’inferno.

(fine prima parte)

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